Renzi soccorre Roma: un buffetto a Marino e tasse certe per i romani

Il Comune di Roma è salvo, i 570 milioni di euro per chiudere il bilancio del 2013 e quello pluriennale 2013-’15 ci sono; il sindaco di Roma del Pd, Ignazio Marino, potrà soprassedere al blocco dei servizi cittadini che aveva minacciato due giorni fa; ma le tasche dei romani (e non solo le loro) saranno un po’ alleggerite. Questi gli effetti certi del Consiglio dei ministri di ieri, convocato in gran fretta dopo che erano scaduti i tempi per convertire in legge il decreto Salva Roma del governo Letta (il secondo del genere, visto che a dicembre il primo fu giudicato inaccettabile dalla presidenza della Repubblica per eccessiva eterogeneità dei temi trattati).
1 MAR 14
Ultimo aggiornamento: 10:55 | 13 AGO 20
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Il Comune di Roma è salvo, i 570 milioni di euro per chiudere il bilancio del 2013 e quello pluriennale 2013-’15 ci sono; il sindaco di Roma del Pd, Ignazio Marino, potrà soprassedere al blocco dei servizi cittadini che aveva minacciato due giorni fa; ma le tasche dei romani (e non solo le loro) saranno un po’ alleggerite. Questi gli effetti certi del Consiglio dei ministri di ieri, convocato in gran fretta dopo che erano scaduti i tempi per convertire in legge il decreto Salva Roma del governo Letta (il secondo del genere, visto che a dicembre il primo fu giudicato inaccettabile dalla presidenza della Repubblica per eccessiva eterogeneità dei temi trattati). Al momento in cui questo giornale andava in stampa, i contatti tra Campidoglio e ministero dell’Economia erano in corso e l’articolato del decreto era dunque in via di definizione. Marino ha comunque espresso “profonda gratitudine della città nei confronti del presidente Renzi”.
Il governo Renzi ha scelto di non consegnare un assegno in bianco alla Capitale. D’altronde, al di là dell’opposizione leghista, anche tra gli amministratori locali del Pd non sono mancati i malumori verso l’eccezione capitolina: “Io non ho nulla contro Roma e contro il Lazio – aveva scritto ieri mattina su Facebook il governatore della Toscana, Enrico Rossi – Ma non capisco perché i buchi nostri dobbiamo pagarceli noi, mentre quelli di Roma e del Lazio devono pagarli tutti gli italiani”. “Le prime comunicazioni dell’esecutivo lasciano intravvedere l’affermazione di un principio importante – dice al Foglio Daniela Morgante, assessore al Bilancio di Roma e già magistrato della Corte dei Conti – Cioè un principio di responsabilità degli enti locali. Si sottolinea pure l’esigenza che Roma Capitale compia un riassetto complessivo delle sue finanze”. Di più la Morgante non dice, prima vuole vedere il testo definitivo. Roma, in base a un accordo del 2008 con il quale è stata costituita una sorta di “bad company” per il debito accumulato prima dell’aprile 2008 (20 miliardi), già riceve ogni anno dallo stato 300 milioni, e dal 2017 il commissario al debito ha chiesto 200 milioni aggiuntivi.
Renzi ha detto “sì” a ulteriori risorse extra, ma in cambio di un impegno al risanamento, questa la filosofia dell’esecutivo. In cosa consiste questo impegno? Il sottosegretario di Palazzo Chigi, Graziano Delrio, ha fatto intendere che il testo di riferimento è quello approvato dal Senato lo scorso 20 febbraio. Un testo di compromesso, dopo che – soprattutto su pressione del Pd e in particolar modo dei suoi parlamentari romani – erano saltate le proposte di Linda Lanzillotta per chiudere “alcune fonti strutturali del disavanzo”: la senatrice di Scelta civica suggeriva di applicare i costi standard alla gestione dei servizi a rete (come l’Ama per i rifiuti) e di cedere al mercato alcune di queste attività (spazzamento delle strade, per esempio); di mettere in liquidazione le società in house che non offrono servizi al pubblico; di vendere quote di Acea (società di servizi idrici ed energetici partecipata al 51 per cento dal comune). Dopo le levate di scudi della stragrande maggioranza di parlamentari e consiglieri comunali contro lo spettro delle privatizzazioni selvagge, il Senato si era accordato su un testo più blando. E da lì è partito il governo. Che innanzitutto ha prorogato per tutti gli enti locali il termine entro il quale le pubbliche amministrazioni devono effettuare la cessione di talune partecipazioni non funzionali, “dagli attuali quattro mesi a dodici mesi”. A Roma, in particolare, si chiedono “piani di rientro pluriennali del debito” che contemplino una razionalizzazione dell’acquisto di beni e servizi e di assunzione di personale; una ricognizione dei fabbisogni di personale nelle società partecipate dal Comune; l’adozione di “modelli innovativi” per trasporto locale e raccolta dei rifiuti “anche ricorrendo alla liberalizzazione”; dismissione, “se necessario”, delle partecipate che non offrono servizi al pubblico (società in house come Risorse per Roma o Zètema); valorizzazione e dismissione di quote del patrimonio pubblico. Tale piano di rientro andrà trasmesso al ministero dell’Economia e alle Camere per consentirne la verifica dell’attuazione. Il metodo del “tavolo” comune tra Campidoglio e Via XX Settembre, di per sé, non è una garanzia di successo: nel 2012, il premier Mario Monti ne istituì addirittura due di tavoli, assieme all’allora sindaco Alemanno (Pdl), ma del risanamento è difficile capire cosa ne sia stato.
Rispetto al testo di compromesso del Senato, il comunicato di Palazzo Chigi non cita la possibilità di “dismettere ulteriori quote di società quotate in Borsa fermo restando il controllo pubblico delle società e delle reti”, né l’impegno ad avvicinare i costi dei servizi locali ai “costi standard” delle grandi città (anche se paradossalmente questo riferimento potrebbe ostacolare riduzioni dei costi ancora più ambiziose per Roma). L’articolato preciserà meglio? Si vedrà. “Il problema non è l’intervento di salvataggio in sé, ma che esso sia concepito in modo tale da non far ripetere interventi simili – dice al Foglio Massimo Bordignon, economista della Cattolica di Milano – Poiché nessuno è fesso, si rischia di spingere perfino i comuni virtuosi a far pagare Pantalone per i propri guai”. Per non dire di quelli meno virtuosi: Napoli, per esempio, è “tecnicamente fallita” secondo Riccardo Realfonzo, ex assessore al Bilancio del sindaco De Magistris. Intanto, dopo il Consiglio dei ministri di ieri, tutti i comuni potranno alzare l’aliquota massima della Tasi (tributo sui servizi indivisibili, oggi al 2,5 per mille) di un aggiuntivo 0,8 per mille, a patto che il gettito sia utilizzato per “detrazioni o altre misure relative all’abitazione principale”. Il contribuente romano, che nel 2012 – ultimo anno di Imu sulla prima casa – pagò il doppio di imposte locali rispetto alla media nazionale (1.040 euro vs. 440), trema.